Ed Fox: Glamour from the Ground Up
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Se Elmer Batters è stato il padre della fotografia fetish, Ed Fox è sicuramente il suo discepolo più avvantaggiato.
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Se Elmer Batters è stato il padre della fotografia fetish, Ed Fox è sicuramente il suo discepolo più avvantaggiato.
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di Michele Cutolo
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foto di
Tea Guarascio
Andrea d0k Ceccarelli
(Clika sulle foto per vedere tutto il servizio)
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di Mario Cresci
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Foto di Matteo Girola
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Da circa sei anni ho inserito nel corso di fotografia alla Naba di Milanoe successivamente all’ Accademia di Brera e nei vari workshop che periodicamente tengo al Politecnico del Design di Milano, allo Studio Marangoni di Firenze e all’Orientale di Napoli, un momento di riflessione sulla fotografia intesa come More…forma di scrittura in cui la sequenza delle immagini crea le più svariate “Microstorie fotografiche” riguardanti i momenti dell’esperienza del vivere quotidiano. Il senso del vedere con quello del pensare le immagini, consente inoltre una prima riflessione didattica del rapporto tra la realtà e la sua non veridicità rappresentata in immagini fotografiche.Temi che trattano finzioni che si stabiliscono tra luoghi reali e luoghi immaginari, tra comportamenti sociali e individuali, forme di socializzazione, comportamenti di gruppo, viaggi e pendolarismo,la città e le idee di città, la moda e i modi dell’apparire, il corpo come paesaggio, la maschera, il trucco e il volto, la percezione e le analogie delle cose, il punto di vista, le alterazioni prospettiche ecc.In questo senso ogni studente è portato a scegliere temi ed argomenti a lui congenialiche normalmente sviluppa fuori dal contesto didattico per poi verificarle all’interno del corso. Come supporto-contenitore dei singoli progetti fotografici ho scelto la forma editoriale del Moleskine, il famoso taccuino nero da viaggio usato da artisti, scrittori, poeti e più in generale da coloro che hanno la buona abitudine di prendere appunti e fissare momenti che attraversano la loro vita.E’ come portarsi le immagini in tasca dentro ad un “oggetto di affezione”, come direbbe Man Ray, le cui pagine scandiscono il tempo e lo spazio non solo della dinamica del viaggio ma anche della lentezza, del fermarsi a pensare per vedere il mondo nei segni e nelle immagini della scrittura. Un oggetto che è simbolo di una cultura pre-informatica, ma ancora piena di senso per imparare a trattenere le immagini e i pensieri che attraversano i momenti del nostro vivere.
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articolo tratto da MoM#6 L’ immagine in tasca
di Claudio Curciotti
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Foto di Antonella Piga
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Noioso anche questo. La ricerca della verità. Si nasconde, e voi scienziati la cercate ovunque. Scavate un po’ qua e un po’ là, scavate in un posto e voilà, l’atomo è formato da protoni, scavate in un altro posto ed eureka, il triangolo A/B/C è uguale al triangolo A1/B1/C1.
Per me è molto diverso. Anch’io scavo cercando la verità, ma nel frattempo le succede qualcosa More…, si modifica. Così io al posto della verità trovo un mucchio di… ehm pardon…
Scrittore Stalker, Andrei Tarkovsky (1979)
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“Mi serve una foto per il pezzo X entro questa sera. Deve essere uno scatto di Y vicino a Z. Dietro dovresti farci uscire gli sponsor A e B”.
E il giovane fotografo cova rancore, somatizza: ulcera.
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Neanche a ribadire quanto lavoro di costruzione c’è dietro alle immagini che ci circondano. Documentario e spettacolo è un bel pezzo che vanno a braccetto. Si parte che si vuole scoprire il mondo e invece ci si ritrova tra la donna barbuta e il mangiafuoco ad aspettare il proprio turno dietro le quinte: depressione.
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La comunicazione visuale è per molti una gabbia, chiusa a chiave dal senso. È un luogo, un territorio ben preciso, fatto di regole, con le sue istituzioni e le sue imposizioni.
Al contrario, nella fotografia di ricerca, ci si libera dal significato. Non si identifica un senso preciso, ma lo si moltiplica, in modo che ognuno trovi il proprio significato, la chiave, appunto, per aprire la sua gabbia.
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Esiste il viaggio dal punto A fino al punto B, dove si sa dove andare, di cui si conosce a priori il senso. Ma esiste anche il viaggio come “tentativo di uscire senza sapere dove si va, in cui tale ignoranza qualifica l’essenza stessa del tentativo” (Lévinas, E., Dell’evasione, Elitropia, Reggio Emilia 1984, 26). Un viaggio alla ricerca, appunto.
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Fotografia nomade allora, sulla scia dei viaggi mentali di Deleuze. Nomadismo fotografico perchè continuamente in transito, perchè non arriva mai. Non raggiunge quel senso compiuto che ne ferma il passo. Fotografia nomade perchè viaggia leggera, ma allo stesso tempo ha con se tutto quello che gli serve per vivere: un’immagine in tasca. I 21 lavori pubblicati sono appunti, memoria, immagini in tasca, da portare sempre con se, in questo viaggio in cui i chilometri non contano, che avviene sul posto, per pura intensità.
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articolo tratto da MoM#6 L’immagine in tasca

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Dal 4 giugno al 21 settembre si potranno vedere al CaixaForum di Barcellona 80 opere realizzate negli ultimi 30 anni da 80 artisti cinesi. I dipinti, le sculture e le installazioni de La scuola Yi. Trent’anni di arte astratta cinese riprendono e al contempo cercano di superare le correnti che si conoscono in Occidente come astratte, surrealiste e metafisiche. La scuola Yi ha colori universali, da mito: il mondo attraversa l’uomo lasciandogli un segno che questi restituisce sotto forma di arte. Lontano dall’arte propagandistica di Mao, la mostra è composta da tre spazi fisico-mentali: Yi Xiang o immagine mentale, Yi Li o principio mentale, Yi Chang o ambiente mentale. Camminando per il Yi Li si legge che il cielo (Tien)è il cerchio e la terra (Ti) il quadrato, come Purusha e Prakiti in India; il quadro di Li Shan attraversa la retina, elimina le pareti e brucia i calendari. L’essenza e la sostanza del mondo formano e riempiono gli artisti della scuola Yi come questi ultimi fanno con le loro opere: l’elemento spirituale e quello corporale, il globale e il personale, la immutabilità e la immobilità, l’embrione e la conclusione di un ciclo. Benvenuti al Pantheon.