MomBoo - Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
#6: L’immagine in tasca

The Influencers 2010

di Michele Cutolo
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Destabilizzare e divertirsi per cambiare il mondo. I femonomeni artistici del mediattivismo e della guerriglia urbana (e dei loro cugini) hanno quasi sempre dei connotati comuni:
Sono mossi da ideali o ideologie (ecologia, no-global, anarchismo, ecc…).
Destabilizzano mass media, pubblico ingenuo o rappresentanti dell’ordine costituito.
Hanno quasi sempre un effetto buffo, comico, divertente; che sia previsto o meno.
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Il menù di quest’anno del festival The Influencer, tenutosi al CCCB di Barcellona dal 4 al 6 gennaio, era composto da
Donkijote, un asino munito di attrezzatura digitale alla riscoperta del paesaggio perduto.
I “biker” del Black Label Bike Club; biciclettari, ciclo-officine, massa critica ecc…
Il vecchio James Acord, con le sue sculture che riciclano, rendendo sicure, le scorie radioattive.
Il documentario “Strange Culture” del Critical Art Ensemble, sugli abusi di potere dovuti al Patriot Act.
Joan Leandre e le sue investigazioni applicative sulla “immersione” da videogioco.
Il documentario “The yes men fix the world”, prefetto rappresentante dei tre aspetti di cui sopra (destabilizzazione, divertimento, ideali).
La ghigliottina Ikea della falegnameria sociale del collettivo Iocose.
L’artigiano francese della guerriglia visuale urbana, Zeus.
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Idee originali, buone idee che riescono, se non a cambiare il mondo, almeno a prenderlo in giro, a trovare il tempo per giocare, a inventarsi i propri spazi.
Ma sull’argomento ci sono vagonate di scritti, realizzati da gente più brava e più esperta di me. Vorrei invece affrontare il tema da un punto di vista critico.
Pur seguendo da parecchi anni tutto quello che può essere legato a questo mondo culturale, ultimamente sta iniziando a stancarmi. Mi domando se non inizi ad essere tutto un po’ troppo ripetitvo, poco efficace…
Mi spiego meglio.
Le ideologie sono condivisibili o meno. Il fatto che io condivida la stragrande maggioranza di ideali che stanno alla base di queste azioni destabilizzanti, non toglie il fatto che sia una forma di comunicazione (o di arte) selettiva. Secondo alcuni questo non è un aspetto negativo (noi siamo i buoni!), ma occhio a non fare l’errore dei futuristi italiani che, per proiettarsi troppo nel futuro, si sono inevitabilmente relegati ad uno specifico contesto sociale e storico. Un po’ come vedere un film di fantascienza degli anni ’70: è evidente che è degli anni ’70; ci mostra senza pudore tutte le ingenuità sulla visione che in quel periodo avevamo del futuro. E a proposito di futurismo, c’è un artista, Graziano Cecchini, mezzo futurista, mezzo fascistello, che ha fatto qualche anno fa un paio di interventi di guerriglia urbana a Roma, forse qualcuno li ricorderà: colorare di rosso l’acqua di Fontana di Trevi e far cadere migliaia di palline da Trinità dei Monti. Se conoscete qualcuno che si muove nel mondo del mediattivismo, provate a chiedergli di Cecchini; probabilmente ve ne parlerà male, sminuirà il suo gesto. Perché? Perché è fascio. Intanto due monumenti storici che non si filava nessuno sono riapparsi nei telegiornali di tutto il mondo. Però lo fa per motivi sbagliati e quindi… E non è qualcosa tipo i centri sociali di destra o il “rock identificativo” che effettivamente fanno ridere i polli, in questo caso non c’è il tentativo di usare i mezzi dell’avversario per i propri scopi. In questo caso, nel caso della guerriglia urbana & co, l’unica cosa che vince è l’idea originale, che funziona. Non esiste il copyright sul concetto di “idea che funziona” (e se anche esistesse, noi non eravamo per il copyleft?..). Cecchini ha avuto un’idea originale e ha funzionato. Che importanza ha il colore? Che poi, a voler essere pignoli era rosso e non nero…
Vogliamo disprezzare le sue azioni di disobbedienza solo perché non rispetta le prerogative del “collettivo”? Penso che a volte siamo parecchio provinciali. Viva i liberi pensatori.
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Ma proviamo a cambiare completamente punto di partenza. Non avanguardia artistica e culturale. Ma nuove efficaci armi per la lotta politica e sociale, strumenti per difendere i diritti, la diffusione dell’informazione, l’ambiente, per indebolire il potere delle multinazionali e mettere in ridicolo le contraddizioni e le debolezze del sistema consumista e dei mass media. Tutto questo e molto altro.
Ammettiamo anche che si condividano tutti questi aspetti (io per esempio sono per la diffusione dell’informazione, ma sinceramente non mi sento molto ambientalista…).
Bene, da quanto esistono queste forme di lotta? Io le frequento almeno da una dozzina d’anni. A quale rivoluzione sociale hanno portato? Forse sono troppo disfattista, ma mi sembra che la maggior parte delle volte abbiamo tutti riso del re nudo, ma il re è rimasto là.
Un’idea potente, tanto potente da spiazzare grossi gruppi economici o colossi della comunicazione. Un’idea che prende piede e si diffonde come un virus, mettendo in ridicolo chi si sente intoccabile. E in più facendo ridere tutti; la risata aumenta il fattore di diffusione virale. E’ una bella soddisfazione, no? E pensare che posso farlo io da solo dal computer di casa mia. Basta un’idea potente.
Non mi sento un illuso a pensare che tutto questo ha un grosso potenziale. Però è da tempo che vedo SOLO potenziale. Destabilizzare e divertire sono degli ottimi strumenti di diffusione, ma il messaggio è trito, buonista, non universale, non so… anacronistico. Resta una realtà in cui gli ideali sono frammentati sempre più a livello individuale (Nota per i complottisti: era quello che volevano!!!) e sono sempre meno convinto che queste siano le “nuove armi della lotta sociale”. D’altronde pensateci: quanti di quelli che stanno al di fuori del mondo “alternativo” “underground” conoscono il mediattivismo e la guerriglia urbana? Molto probabilmente avranno sentito di qualcuna di queste azioni, ma di certo ignorano che esista un movimento… Perché, in effetti, un movimento non esiste. E’ proprio questo il punto. Molti fanno capo a ideali comuni, ma non necessariamente. E’ tutto talmente libero (sempre se non sei fascio) che non c’è nessun tentativo di organizzare seriamente una lotta contro i poteri. E d’altronde come potrebbe qualcosa di così giocoso e spiritoso avere la parvenza di un’arma? Gli individui che le producono si definiscono artisti, sono ragazzi che viaggiano, gli piace divertirsi e godersi la vita. Non ce li vedo come dei novelli Che Guevara. E anche le rivoluzioni culturali le hanno sempre fatte con i fucili. Solitamente Kalashnikov…
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Ah! Dimenticavo! Graziano Cecchini ha affermato che le sue azioni erano un gesto per segnalare che “si trascuravano quelle che erano le esigenze e i problemi della società italiana”. Non tanto distante dalle idee del “collettivo”, no?…
Purtroppo per lui non ha avuto appoggi neanche dai SUOI. Poverini, non ci arrivano…
“Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola.” Joseph Goebbels


3 Responses to “The Influencers 2010”

  1. d0k Says:

    a falegname, ripijati!
    La rivoluzione è dentro di te… ma è sbagliata :P

    No, davvero ’sta marmellata delle rivoluzioni culturali coi kalashnikov e che se dipingi non sei l’asmatico Che pronto a salvar questo paese e quello. Non si capisce il senso, ma si percepisce del delirio quindi la domanda.. robbbba buona?

  2. ivi Says:

    la differenza:

    in Italia sti festival li fanno a Poggio Mirteto, con buonapace degli abitanti del piccolo paese che ormai non ne possono più; tra carnevali, anarchici, giocolieri e danzanti si cerca il re vestito da qualche parte!
    GHETTO! (tra l’altro l’ultima volta c’erano 35 posti di blocco)

    Qui te li fanno sotto casa!!!

    Morale: l’erba del falegname è buonissima e per fare la rivoluzione senza armi devi educare!!! …infatti i poggio mirtetini sono tutti diventati fasci!

  3. carolina Says:

    magari a queste persone non interessa cambiare il mondo, magari il loro scopo è solo immettere anticorpi nel sistema, divertendosi, e senza ambire al main stream o a un qualche tipo di “rivoluzione”. la lotta è un’altra cosa e non mi sembra che queste forme di provocazione artistica mirino a questo. la lotta e la provocazione artistica hanno funzioni differenti, entrambe necessarie, non ha senso secondo me criticare le forme d’arte controculturali perché in fin dei conti non servono a sovvertire il sistema, non è il loro scopo. il fatto che restino fenomeni sconosciuti ai più non toglie nulla all’importanza del fatto che esistano. anzi, dirò di più, il valore di queste creazioni individuali (pur se spesso all’interno di un movimento) è proprio la gratuità e l’inutilità della cosa, il fatto che questi artisti si esprimano e creino le loro opere in ogni caso, indipendentemente dal riscontro da parte del mondo esterno e dalle conseguenze sul sistema capitalista e neoliberista. l’arte deve essere una necessità espressiva del singolo, non ha scopo, non deve averlo, esprime e basta. il fatto che in certi casi esprima disagi dovuti al sistema malato che governa il mondo, e che li esprima in forma “antagonista” e/o dissacrante, non fa necessariamente di questo tipo di arte una forma di lotta. semmai, e comunque in seconda istanza, può essere un contributo alla lotta stessa. e ben venga sempre. secondo me naturalmente.

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