Il Sonar se la tira (da MoM#2)
di Claudio Curciotti
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Il sonar se la tira. Nessun accredito ai giornalisti che non lo abbiano prenotato gia da un mese prima; neanche fosse la Biennale di Venezia. Molte grazie. Pagheremo.
E pagare in questo caso ci torna utile, ci consente di acquisire una coscienza maggiore sulle dinamiche commerciali in atto nella manifestazione. Di provarle sulla nostra pelle.
Alla 12° edizione, il Sonar si è svolto, tra il centro e la periferia, in due luoghi significativi di Barcellona. La furia costruttiva dell’evento si è manifestata in tutta la sua invadenza, impacchettando e murando letteralmente una buona parte della piazza adiacente il Museo di Arte Contemporanea della città (MACBA). Le esibizioni dell’evento, divise tra un day e un night time, si sono svolte, di giorno, tra il dentro e il fuori di questa impressionante struttura architettonica. Una vera e propria cattedrale dell’arte contemporanea, che ingloba anche il CCCB (Centre de Cultura Contemporania de Barcelona), impegnato spesso in progetti musicali e video, con uno sguardo antropologico sui fenomeni culturali nascenti nella città.
Molti dicono che, alla fin fine, la cosa più bella che si può solitamente vedere visitando il MACBA, è il museo stesso, il suo edificio, la sua impostazione architettonica radicalmente innovativa. Non è stato facile però goderne durante i giorni del Sonar, per quella mania del divieto d’accesso che li ha portati a recintare tutto un lato del museo, con un muro, costantemente sorvegliato, alto quasi tre metri. Aggiungerei, per proteggere, poco discretamente, i molti interessi economici che gravitano sempre di più intorno al Sonar.
La notte si è ambientata, invece, nella periferia della città, nell’appena terminata seconda Fiera di Barcellona (la fira). Questo perche’, in fondo in fondo, tutto il Sonar sta li per vendere, da dietro i suoi stand, una piccola fetta dell’immaginario della musica elettronica. Due luoghi istituzionali della città che ci ricordano che, alla fine, il Sonar stesso è una istituzione. L’ennesima.
Essere lasciati nel dubbio dell’acquisto del biglietto è però un meccanismo a boomerang per i burocrati organizzatori. Fuori dai cancelli si scambiano commenti, si sparano sentenze; si vive un po’ tra il popolo degli outsider. Quelli che per un motivo o per un altro alla fine non sono entrati. Forse il motivo di questo fenomeno risale alla tipica mania scroccona del pubblico dei grandi eventi, ma sembra essere una interpretazione riduttiva del fatto.
Cosa non convince del Sonar? Si potrebbe rispondere apportando motivazioni di natura estetica, mettendo in dubbio la validità artistica della manifestazione, fino a lamentarci per l’eccessivo affollamento. Anche così facendo, non si coglierebbe il nocciolo della questione. Entrare al Sonar, soprattutto quest’anno, costa troppo.
Cominceremo con il notare la pesante affluenza di turisti stranieri all’interno del Sonar, in maggior parte di madrelingua inglese, con la pelle bianca e rossa.
Certo per il turista è questa una occasione d’oro per montare sull’ aereo, venire a visitare la città, fare un bagno al mare, una passeggiatina con le infradito ai piedi, una cenetta al tramonto su una delle caratteristiche terrazas del centro. Poco pesano allora cento euro d’ingresso per il Sonar, se la vacanza ne è costati almeno duemila.
Ci sono poi i patiti dei grandi nomi, che sarebbero disposti a spendere qualsiasi cifra, per vedere il proprio artista del cuore. Ma allora, visto tutto ciò, il Sonar si ridurrebbe ad essere uno dei tanti megaconcerti sparsi per il mondo. Ma non voleva essere questo evento qualcosa di diverso? Almeno così uno si aspetterebbe leggendone il sottotitolo “advanced music e media art”. No, no. Niente di nuovo. Tanti soldi come sempre.
Ora, diciamo, c’è tutto un discorso sulla gratuità che circola tra gli ambienti della musica elettronica e della media\net art. Il sonar di tutto questo se ne fotte.
Vorrebbe essere la bandiera della generazione di sperimentazione elettronica di massa? Forse allora no, dietro quell’ “advanced” del sottotitolo si nasconde giusto il solito elitarismo di morte, che uccide l’arte contemporanea.
Ma il Sonar si nutre di masse e di quelle masse che negli ultimi anni hanno scoperto l’estrema fruibilità dei software per la manipolazione dei suoni elettronici, scaricati gratuitamente dalla rete, negli sconfinati programmi di filesharing. Una diffusione contagiosa che è ancora in atto. Un nuovo artigianato della sperimentazione del suono: è questo che diede necessariamente la spinta per la nascita e l’affermazione del Sonar che pare, ora, quasi ripudiare le sue origini. Ripudia la forza di quell’ondata di gratuità reciproca che ben si differenzia dalla gratuità delle invadenti pratiche promozionali. Quella pratica di scaricare gratis dalla rete ciò con qui posso elaborare un qualcosa che poi potrà essere scaricato da altri di nuovo gratuitamente. Una dinamica di scambio, condivisione (sharing), piacevole, reciproca, rivoluzionaria e, per dirla alla Baudrillard, primitiva. Questo rende così affascinante l’immaginario della musica elettronica, dai freeparty alle community di musicisti in internet, passando per tutte le forme di sharing nella rete. Ma ripeto, di tutto questo, il Sonar, non sembra tenerne conto. Anzi, tutto ciò che l’evento regala si paga a prezzo di pubblicità. Una miriade di sponsor troppo pressanti sparsi per i luoghi della manifestazione. Quanti soldi vuole guadagnare lo staff del Sonar? Di solito le massicce sponsorizzazioni servono a coprire le spese di eventi gratuiti. Il Sonar però non sembra essere di questa idea. Forse pensa che facendo pagare un prezzo d’entrata così alto (una volta finiti i biglietti validi per tutti e tre i giorni, ogni ingresso giornaliero costa più di settanta euro) la manifestazione assuma un tono più credibile, che stimoli così, in definitiva, l’attenzione del pubblico. Perché, in definitiva, forse il Sonar quest’anno non risulta così interessante. Bisogna quindi imparare. Nelle impazzite dinamiche di vendita dei giorni nostri , pare non costi di più ciò che è realmente meglio, ma in effetti, in un facile rovesciamento dei termini, appare migliore ciò che paghiamo di più. Fatevi sotto bambini, occhio agli spacciatori, occhio agli zuccherini.











































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