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Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
#6: L’immagine in tasca

Damasio (da MoM#5)

di Claudio Curciotti
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Antonio Damasio, di nazionalità portoghese, professore di neuroscienze all’università Southern California, pubblica nel 1994 Descartes’ Error: Emotion, Reason and the Human Brain, tradotto in Italia con il titolo L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano.
Scrive questo saggio inspirandosi direttamente agli studi di Marleu-Ponty, a sua volta illustre erede della fenomenologia di Husserl.
Damasio si inserisce cioè fra quegli autori che favoriscono un ritorno a una concezione dell’essere umano come «io unitario», idea per certi versi affine a quella presocratica. Primo passo verso l’unità dell’io è allora la demistificazione di una di quelle leggi del pensiero filosofico che domina il sistema filosofico occidentale da parecchi secoli: la teoria, formulata da Cartesio, della dicotomia Res Cogitans v.s. Res Extensa, anima contro corpo, l’uomo considerabile come pensiero puro scollegato dalla corporeità.
Damasio, grazie alla proficua unione di empirismo scientifico e speculazione filosofica, smonta letteralmente tale dicotomia, apportando casi clinici di pazienti assistiti dal suo studio psichiatrico. In parole povere , ci dice, la mente non può essere considerata come entità separata dal corpo, come ad esempio anima o pensiero puro. Nel nostro formare una coscienza sul mondo esterno infatti, ci impegnamo in una relazione con l’alteritá, l’altro da noi, che causa mutamenti nel nostro organismo. Realtà esterna che viene decodificata in prima istanza dagli apparati sensoriali del corpo, imprescindibile al nostro stare al mondo. Nel prendere decisioni, ad esempio, siamo poco portati a schematizzarne i pro e i contro, ma più ad affidarci alle emozioni, entitá pre-razionali, corporali.
E dire questo non è cosa da poco.
Dividere concettualmente la mente dal corpo, considerando l’ultimo quasi un orpello, un peso, se non addirittura dimora dell’istinto, della passione e del peccato (come direbbe un prete), è stato e continua ad essere l’ errore per eccellenza, l’archetipo dell’errore della cultura antropocentrica occidentale.
Lo spirito trascendente contro l’immanenza delle cose. Pensieri vecchi, pensieri pericolosi.
Separare la mente dall’immanenza del mondo vuol dire formulare modelli ideali, che vogliono essere cioè impermeabili alla contaminazione esterna. Lo spirito puro che non si abbassa alle
passioni nasconde un pensiero di matrice razzista, una paura del diverso. Dove l’uomo ha bisogno di contaminarsi, di ibridarsi con l’altro allora li cessano di esistere guerre per in difesa di una identità e menate di questo genere.
Paradossalmente sembra che tutto il sistema socio culturale antropocentrico occidentale si regga su un equivoco un malinteso.
I filosofi greci parlavano di Hybris, come qualsiasi “violazione della norma della misura, che l’uomo deve incontrare […] con l’ordine delle cose”. E chi lo ha detto qual’è l’ordine delle cose. Alla luce delle teorie come la relatività, il caos, la complessità, si può ancora pensare all’esistenza di un ordine? Se peccare di Hybris vuol dire trasgredire quest’ordine, allora ben venga.
L’altro da noi, sia un individuo proveniente da un’altra cultura o sia una nuova tecnologia, laddove pare stia irreversibilmente cambiando la nostra natura, ne sta sempre in realtà solo ridefinendo i confini, la sta facendo evolvere.
E chi difende questi confini a suon di catastrofismi, del tipo dove andremo a finire con questi immigrati o come faremo con questi computer che ci fanno diventare tutti robot, proprio
questi paladini dell’umanità, sono solo specie in via di estinzione.


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