MomBoo - Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
#6: L’immagine in tasca

Archivio del 10 Dicembre 2006

9/12 Parte 1


di Claudio Curciotti
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Illustrazione di Simone Iovacchini
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Erano le dieci di sera dell’11 settembre 2001, mi trovavo quel giorno nell’aeroporto di Kuala Lumpur, capitale della Malesia, all’epilogo di un viaggio che mi aveva portato per un mese e mezzo nelle fenomenali terre di questo paese mussulmano. Il mio aereo sarebbe partito di li a pochi minuti. Tra una chiacchiera e un’altra si cercava di ingannare l’attesa, un’occhio ai bagagli e l’altro a quei ricordi che prontamente cominciavamo a far riaffiorare, quasi per scongiurarne l’oblio, preoccupati di non vederli smarrire tra gli ampi ambienti di quel non-luogo che è l’aeroporto.
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Su uno dei maxischermi allestiti nei vari gate d’imbarco, mi ricordo, trasmettevano l’immagine di un grattacelo che prendeva fuoco. Guardandolo, fra a me e me pensavo ingenuamente “ma che diavolo di film trasmettono in questo aeroporto?” Ad un certo punto, guardando meglio, mi accorsi però che nella parte in basso a destra dello schermo luccicava vistosamente il logo della CNN; cominciavano in quel momento a sorgermi alcuni dubbi; chiesi subito spiegazioni a due italiani di fronte a me, anche loro in attesa dell’imbarco. Erano due ragazzi di Napoli e alla mia domanda risposero prontamente: “nu missile ha colpito a turre gemella”. L’orologio segnava le 22.00 e qualche minuto, orario malese, ma erano anche le nove del mattino sulla costa orientale degli Stati Uniti. Il primo aereo aveva colpito la Torre Nord del World Trade Center, l’America era sotto attacco. Di lì a pochi minuti ci fecero imbarcare, l’aereo partì e un centinaio di persone, fra cui me, passarono le successive undici ore chiedendosi che cosa significassero quelle immagini che avevano visto poco prima, solo di sfuggita. Nessuno ci spiegò niente e anzi, sui televisorini disposti tra i sedili dell’aereo, si poteva solamente guardare un notiziario del giorno prima, trasmesso a loop, con tanto di servizio di un inviata da New York, ripresa sullo sfondo delle Torri Gemelle. Intanto pensavo a questo fantomatico missile che cadeva su uno di quei due grattaceli e mi chiedevo chi mai l’avesse sparato, come avesse fatto anche solo ad entrare nello spazio aereo di una delle citta’ piu’ importanti degli USA.
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Cercavo insomma già di arrivare ad una conclusione, di abbracciare una verità che mi facesse comprendere cosa stesse succedendo. Bhe, sembrerà strano, ma a distanza di sei anni, io questa verità ancora non la riesco a trovare; e sono sicuro di non essere l’unico ad avere questo problema, anche se teoricamente la verità su quel giorno è disponibile a tutti in rete, con il nome di “Rapporto della Commissione sull’11/9”*1.
Dopo tutto questo tempo, ancora è nitida nei miei ricordi l’immagine trasmessa dal maxischermo di quella torre che brucia e ritorno a quello che fu il mio primo, homerico, pensiero: “che film è?”. Da quel giorni infatti la copertura mediatica rispetto all’attacco terroristico è stata a dir poco massiccia. Migliaia di televisioni hanno trasmesso notiziari, speciali, inchieste, dibattiti e venduto milioni di spazi pubblicitari a prezzi esorbitanti. I media hanno totalmente e comprensibilmente divorato tutto ciò che riguardava i fatti di quel giorno; il tutto sembra, a questo punto, essersi trasformato veramente in un megaprogramma televisivo, in un film. Ripensando a “Trappola di cristallo” con il grevissimo Bruce Willis, fino all’epopea di “Armageddon”, il giorno undici settembre 2001 gli Americani hanno avuto davanti agli occhi scene che già esistevano in una sorta di memoria visuale colletiva. System crash. In un attimo sembra essere svanita la demarcazione tra fantasia e realtà e la gente sprofonda nel panico, nella confusione, nel delirio dell’insicurezza.
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Da quello stesso giorno è partito un dibattito che ancora oggi, e forse anche più che all’inizio, punta a tracciare quella che sia una credibile versione dei fatti, la verità riguardo a quel giorno che ha cambiato la storia del mondo. Televisioni, quotidiani, internet sono i media dove questo dibattito continua giorno dopo giorno, ma soprattutto sul web il fenomeno sta crescendo esponenzialmente. In Italia sono due i siti di riferimento più importanti riguardo alle indagini sull’attacco terrorista. Due siti contrapposti, che propongono teorie diverse, definiti spesso complottista l’uno e ufficialista l’altro, rispettivamente Luogocomune e Undici Settembre*2. Da una parte quelli che non credono alla verità ufficiale diffusa dal governo degli USA e dall’altra parte coloro che appoggiano la verità diffusa dai media e accettata come tale da tutte le istituzioni mondiali. Due siti che principalmente si rifanno a molte di quelle ricerche che varie associazioni statunitensi hanno svolto in questi ultimi anni*3, proponendone allo stesso tempo di nuove*4.
Un lavoro notevole quello svolto da chi gestisce queste pagine web. Tali siti sono infatti spazi liberi, dove ad ognuno è possibile lasciare commenti, approfondire questioni, proporre nuovi studi e teorie possibili. Favoloso. Ma provate, come il sottoscritto, a leggervi per intero questi due siti ed alla fine , purtroppo, sarete, per usare una forma proverbiale, da capo a dodici. Voglio dire, sarete pieni di nozioni e nozioncine, numeri e tabelle, prove e controprove, ma alla fine al nocciolo della questione sembra non ci si arrivi mai. Insomma, già che stiamo in vena di proverbi e visto essere il tema di questo numero di MOM, potrei dire: tutto fumo e niente arrosto.
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Procediamo per tappe. Quella che segue è la cosiddetta “versione ufficiale” o “ricostruzione comunemente accettata”: la mattina dell’11 settembre 2001, diciannove terroristi armati di taglierino dirottano quattro aerei commerciali in volo dalla costa est alla costa ovest degli Stati Uniti. Eliminano gli equipaggi, si impadroniscono dei comandi, fanno perdere le loro tracce ed eludono per quasi due ore il sistema di sicurezza aerea americano. Riescono così a portare due degli aerei a schiantarsi contro le torri gemelle di New York, il terzo contro il Pentagono a Washington, mentre il quarto viene abbattuto dai passeggeri in rivolta nei cieli della Pennsylvania. I dirottatori risultano essere quindici sauditi e quattro egiziani, di cui due giorni dopo l’FBI fornisce al mondo nome, cognome e fotografia****. Non fa una piega. Qualsiasi sceneggiatore di Hollywood, direbbe “ok, si può fare, preso, deal”. Ma come fatto notare prima, anche se così può sembrare, la realtà non è film. Anche se la società è risaputo muoversi oggi attraverso le stesse dinamiche dello spettacolo, quando ci sono morti di mezzo, c’è poco da scherzare. Dietro alla verità apparente si sono aperti squarci, sono affiorati dei dubbi che rimangono lì in aria, irrisolti, alla mercè del primo che arriva e ha voglia di risolverli. Occorre essere attenti allora, come canta, con tono grave, il buon vecchio Giovanni*5.
Ho estrapolato alcune delle questioni chiave, a mio avviso le più “scottanti”, tralasciando le più irrisorie, quelle riguardanti problematiche secondarie. Ne risulta uno schema che mette a confronto le tesi “complottiste” e quelle “ufficialiste”.
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Vedi anche:
schema pag 14 - 15
MoM#4

9/12 Parte 2


di Claudio Curciotti
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Illustrazionie di Simone Iovacchini
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In molti casi le risposte che i cosiddetti “ufficialisti” danno alle accuse, poggiano su questioni deboli o difficili da dimostrare. Che Bush si sbagli nel riferire l’ora in cui ha visto per la prima volta l’aereo impattare la torre nord durante due interviste, perchè è risaputo che ha problemi nel creare frasi con un senso logico, mi sembra un po’ riduttivo, soprattutto se stiamo parlando del presidente degli Stati Uniti d’America. Mi pare assurdo poi il fatto che tutte le testimonianze di persone che hanno udito forti esplosioni prima del crollo delle torri siano state negate, semplicemente dicendo che non esistono prove che confermino queste esplosioni (ma decine di testimonianze non costituiscono parte delle prove?) o che fossero state confuse con lo scoppio di fantomatiche bombole del gas.
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Esiste una mole di scritti riguardo all’argomento che rende difficile confermare le varie affermazioni. In molti casi i vari rappori ufficiali entrano in contraddizione. Per esempio, si è sentito parlare per molto tempo dell’effetto “pancake”, di quella particolare dinamica che ha fatto sì che le torri si sbriciolassero a causa del crollo dei vari piani uno sull’altro. Una teoria che hanno ripetuto fino alla nausea, contestandola o accettandola, in varie trasmissioni televisive (Matrix, Report) e che si trova anche sul sito Undicisettembre di Paolo Attivissimo. Su tale sito è presente inoltre un riassunto del rapporto redatto dal NIST (National Institute of Standards and Technologies) sulle cause del crollo delle torri. Bene, tale rapporto nega che il cedimento della struttura dei grattaceli sia avvenuta per l’effetto “pancake”. Per motivi come questo, ripeto, è una operazione molto complessa districarsi tra la consistente mole di materiale relativo all’attentato. Molte volte capita che More…intere tesi si reggano grazie a documenti, foto o video. Spesso tali prove non sono altro però che incomprensibili foto, nelle quali non risulta neanche chiaro il contesto in cui siano state scattate, e di cui quindi non è attestabile la veridicità. Altre volte ci si imbatte invece in documenti stropicciati, mal scansionati, difficili da falsificare quanto un libretto delle giustificazioni. Per capire di cosa sto parlando, andate a vedere il video, consegnato ai media dell’autorità, delle immagini riprese dalla stazione di servizio più vicina al Pentagono*6. Non si capisce assolutamente nulla, neanche si vede il Pentagono, un documento assolutamente nullo che, per ragioni poco chiare, la CIA avrebbe tenuto nascosto fino ad ora. Sembra allora che le certezze si sbriciolino di fronte a tale confusione di prove e controprove, che la verità sia sempre più difficile da afferrare, che il fumo delle torri non solo abbia ricoperto New York , ma che continui ad annebbiare le nostre menti, ad intossicarci; proprio come una nube di fumo, inafferrabile, ma allo stesso tempo così pesante da toglierti il respiro. Si perchè tutta la vicenda dell’11/9 pare abbia sempre la capacità di impattare violentemente contro chi le si avvicini.
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Ho visto persone piangere dopo aver assistito a “Inganno Globale”, documentario di Massimo Mazzucco, molte altre infuriarsi, altri spalancare la bocca senza riuscire a proferire parole. Tutta questa vicenda, e soprattutto il non sapere come sia andata veramente, sembra creare squilibri chimici nelle menti di chi ne viene a contatto. L’idea stessa di complotto, il perdersi in dietrologie, pare riesca a donare uno strano effetto psicologico che non sarebbe azzardato confrontare con quello provocato da sostanze psicoattive e allucinogene. In questo senso allora non sembra troppo assurda la visione di Attivisimo per cui è possibile che la tesi del grande complotto sia stata “data in pasto” alle masse per distrarle e far passare inosservati aspetti ben più sostenibili e presentabili: argomenti come la contaminazione dell’aria di New York, l’inadeguatezza della preparazione della difesa USA a un attacco di questo genere, la riluttanza del governo Bush ad affrontare con trasparenza gli eventi dell’11 settembre e la sicurezza dei grattacieli in generale in caso di grandi incendi. Il problema a questo punto sembra quindi essere più il buon senso delle persone, chiamate a non lasciarsi affascinare da sballanti dietrologie, per rimanere con i cosidetti piedi per terra, e riportare il dibattito su questioni più serie e di natura pratica. Sono d’accordo. Le belle storie piacciono a tutti, ma possono forviare.
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Cosa succede però se accanto alle tesi complottiste smontate dal buon senso, a questioni irrisorie e dietrologie devianti sia ancora presente un discreto numero di domande a cui nessuno è riuscito a dare una risposta sensata? Anche l’essere più razionale di questo mondo, il cui senso pratico lo abbia reso immune da qualsiasi suggestione verso affascinanti storie misteriose, a questo punto tenterebbe di individuare delle risposte. Come? andando a cercare, magari anche cercare dietro le cose, per vederle da diverse angolazioni…attenzione, si ritroverbbe cioè lì a fare anche lui della deprecabile “dietrologia”. Perché allora chi cerca risposte per avvicinarsi di più alla verità, molte volte viene chiamato spregevolmente “dietrologo”, mentre chi, al contrario, si ferma in superficie, non viene chiamato “superficiale”, ma anzi, spesso ricoperto di elogi alla razionalità e al buon senso?
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Il beneficio del dubbio è e deve rimanere un diritto sacrosanto perchè è alla base della nostra cultura e della sua evoluzione. Insomma, non per essere per forza dubbiosi e dietrologi, ma chi mi sa spiegare perchè in un lasso di tempo di cinque anni, le autorità militari statunitensi hanno cambiato per ben tre volte la versione dei fatti riguardo alla risposta della difesa aerea agli attacchi? Come dice sghignazzando Ray Griffin*7 durante una sua recente conferenza, quando un sospettato per rapina, interrogato dalla polizia, cambia il suo alibi tre volte, non ha molte possibilità di essere creduto innocente. Allora non bisogna per forza essere uno di quelli che pensa che gli aerei sulle torri fossero solo ologrammi e che la terra sia governata dai Visitors per avere dei dubbi in proposito, forse basta avere un po’ di raziocinio.
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Le cose più strane sono magari proprio di fronte ai nostri occhi, e non c’è neanche bisogno di andarle a scovare tra chissà quali deliranti teorie. Come il caso di quel ragazzo che, in un forum dove si discuteva della veridicità o meno dei video rilasciati dalle autorità sull’impatto del velivolo sul Pentagono, scrisse timidamente, scusandosi per l’interruzione: “le telecamere che hanno ripreso la scena sono state presentate come facenti parte del sistema di sorveglianza del Pentagono, e più in particolare del parcheggio. Bene. Qualcuno è in grado (riferendosi alla immagine di una macchina che passa e si ferma di fronte allae telecamere pochi secondi prima dell’impatto) di leggere la targa della macchina o di vedere chi ne sia il guidatore?”. Cosa ci stava facendo lì, allora, quella telecamera di sorveglianza, se alla fine non sorvegliava assolutamente nulla? Insomma, anche se è probabile che ciò non significhi niente, nessuno può vietarmi di pensare che magari quel video è un falso totale, una ricostruzione postuma. Nessuno mi vieta di portare magari come ulteriore prova alla mia tesi, il fatto che quelle siano le uniche riprese rese pubbliche dell’impatto, pur essendo accertata l’esistenza di decine di telecamere che hanno registrato l’accaduto. Semplicemente questo è il modo in cui agisce un avvocato o un giudice, un giornalista alle prese con una sua inchiesta o un documentarista con i suoi studi preliminari e studi sul campo.
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Ricerca, indagine, inchiesta, parole che sembrano descrivere oggi qualcosa di illeggittimo, roba da cospirazionista, da complottista. I bambini buoni credono alle cose come vengono dette loro. I bambini buoni credono a Babbo Natale e i cattivi vogliono convincerli che è tutta una balla. O magari rimangono svegli tutta la notte per vedere se è proprio vero che arriva con la slitta e il vestitone rosso. Quindi alla fine sarò anche cattivo, ma io cerco una spiegazione al fatto che il giorno prima degli attentati Mohamed Attà (coluí che ha portato il primo aereo a schiantarsi sulla torre), e un suo fedele compagno abbiano lasciato Boston, da dove, il giorno dopo, sarebbe partito il loro volo da dirottare, per fare un salto a Pórtland, farsi un giro per la città ed essere ripresi da telecamere di banche, supermercati e pompe di benzina. Pur rischiando di essere tacciato come maligno dietrologo continua a sembrarmi strano che per tornare a Boston i due abbiano preso un aereo che aveva una coincidenza col volo da dirottare così irrisoria da obbligare Attà a lasciare la sua valigia a terra. Valigia che non è stata inviata con il volo successivo, come dovrebbe succedere in caso di smarrimento (la valigia era regolarmente contrassegnata con il numero del volo), ma che viene rilevata dalla polizia, la quale vi trova: il testamento autografo di Mohamed Attà, il passaporto di Mohamed Attà, un foglio, in arabo con le istruzioni dettagliate per le ultime 24 ore dei suicidi, alcuni manuali di volo del Boeing 767 e alcune divise di volo rubate all’American Airlines. Voglio dire, se è vero, come confermano le autorità, che gli uomini di Bin Laden hanno impiegato intorno ai cinque anni per proggettare l’attacco, che diavolo gli è passato per la testa ad Attà, per mettersi a fare il turista a Portland e a portarsi in giro tra areoporti, check-in e possibili blocchi di polizia (la sua faccia certo non è proprio da primo della classe) una valigia piena di materiale segreto sull’attentato. Perchè poi la Nissan affittata da Attà, che ha portato i due da Boston a Portland, sarebbe stata ritrovata nel pomeriggio stesso dell’11 Settembre all’aeroporto di Boston? Chi l’ha riportata indietro? E guarda un po`: nel cruscotto c’erano dei manuali di volo, un paio di coltellini come quelli che i dirottatori avrebbero usato per sgozzare alcuni passeggeri, ed una copia del Corano! Sembra o non sembra almeno strano?
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E la storia dell’agente dell’FBI Coleen Rowley che nell’ agosto 2001, entrando in possesso di un dossier su Massaoui (il “ventesimo” dirottatore) lo arresta, ulteriormente insospettita del fatto che si stesse iscrivendo ad una scuola di volo, ma viene ostacolata dai suoi superiori, creando un caso che finisce addirittura sulla copertina di Time? E il passaporto ritrovato a qualche isolato del Ground Zero, grazie a cui è stata scoperta l’identità di un altro dei dirottatori, documento che avrebbe resistito ai mille gradi prodotti dall’esplosione dell’aereo, gli stessi mille gradi che spiegherebbero l’indebolimento dell’acciaio e il conseguente crollo strutturale delle torri? E il romantico dirottatore che prima di morire avrebbe deciso di spedire una lettera d’addio alla sua fidanzata in Germania? Niente in contrario, anche lui aveva un cuore. Ma perchè l’avrebbe dovuta spedire in un grosso pacco, contenente grossi manuali di volo? Difficile spiegarselo, ma poco importa. Grazie al fatto che il terrorista ha sbagliato l’indirizzo del destinatario, avendo scritto accuratamente il proprio, (giustamente, direi, dovendo morire il giorno dopo, non si sa mai…) il pacco è tornato al mittente proprio il giorno in cui l’FBI stava facendo delle indagini in casa sua. Niente di strano alla fine, se consideriamo quante cose particolari sono successe in quei giorni.
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A partire dal fatto che in data undici settembre Bush si allontana dalla Casa Bianca, accompagnato inspiegabilmente dal consigliere Karl Rove, fidato amico anche di Bush Senior, solitamente contattato per questioni molto più importanti di una lettura di poesie per bambini in una scuola elementare della Florida. Erano poi pur sempre i giorni in cui Larry Silverstein concludeva l’affare dell’acquisto del WTC, firmando una delle assicurazioni contro attacchi terroristici più alte della storia. Giorni fortunati per lui, perchè grazie all’11 settembre potrà riscuotere tutto il denaro, anzi il doppio, perchè è riuscito a convincere la corte che quello non fosse un attacco terroristico, bensì due. Una causa che sta però ancora andando avanti, quella tra Silverstein e la compagnia di assicurazioni, e che tra appelli e controappelli andrà avanti ancora per molto. Quasi tutto ciò che esiste a riguardo del crollo delle torri - parti della struttura ritrovate, studi tecnici sui materiali e prove giudiziarie - deve rimanere segreto fino alla fine del processo. Comodo, direi, soprattutto per evitare che occhi indiscreti sbircino tra quelle carte. Vorrei poi un giorno sapere cosa significa questa frase trovata sul sito Luogocomune.net*8: “a causare l’incendio [del WTC7] sarebbero stati propio dei bidoni di gasolio che Giuliani stesso aveva voluto tenere nei suoi uffici, per una qualunque evenienza, nonostante ciò fosse ovviamente proibito dal regolamento”. Cosa? Ma siete tutti impazziti? Bidoni di gasolio dentro lo studio?
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E per finire: come è stata in grado l’FBI di identificare tutti e diciannove gli attentatori in meno di 48 ore, fornendo tanto di fotografia per ciascuno, nonostante nessun nome arabo apparisse nelle liste passeggeri, ed almeno la metà di loro fosse del tutto sconosciuta alla autorità stesse, al momento degli attentati, per loro susseguente ammissione? Queste e altre sono le domande su cui mi piacerebbe discutere con chi è totalmente sicuro della verità ufficiale. Purtroppo è poco probabile che tale dibbattito abbia mai luogo in televisione, anche se devo dire che ultimamente si parla un po’ di più di tutta la faccenda. Per fare un esempio, Matrix di Mentana ha dato in questi ultimi mesi un ampio spazio alle tesi cosidette alternative (Massimo Mazzucco, Giulietto Chiesa), ma usando sempre uno di quei trucchetti da cui la televisione sembra proprio non sapersi liberare. Ha cioè dato spazio solo ed esclusivamente a quelle accuse, magari anche forti e politicamente scorrette, per cui però esiste una giustificazione credibile, lasciando fuori dalla porta tutte le questioni irrisolte, quello su cui veramente servirebbe fare una trasmissione. Un’altra cosa succede invece in internet, dove come già detto, c’è maggiore libertá e apertura grazie alla possibilità per ognuno di fare domande e inviare commenti. Non in tutti casi però. Purtroppo sul sito di Paolo Attivissimo, il più eminente degli “ufficialisti”, la sezione dedicata ai commenti dei lettori è stata soppressa. “Per dare un taglio ai troppi insulti ricevuti dai complottisti”, dice lui. Troppo semplicista come spiegazione, dico io. Il fatto è che, come succede in altri siti omologhi, sono spesso gli stessi lettori a indagare, confermare o smontare gli articoli pubblicati. Attivissimo è, ad ora, praticamente l’unico che possa permettersi di dire quello che vuole, senza essere contraddetto. È il 17 novembre del 2006, sono passati più di cinque anni da quel giorno e molte sono ancora le questioni irrisolte, molti i dubbi, le incertezze, i sospetti riguardo a quest’attentato. Tanti sono quelli che non hanno ancora capito, che attendono delle risposte e che vorrebbero fare luce su quella misteriosa, inafferrabile, fumosa verità sull’undici settembre. Tutti quelli per cui l’11 settembre 2001 non è ancora un fatto storico, chiuso, finito, ma una faccenda da chiarire. Tutti quelli per cui è ancora il 12 settembre.
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MoM#4

Grappoli d’uomo


di Marco Mogetta
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In altri tempi la cosa sarebbe potuta sembrare poco etica. Ma quelli erano tempi lontani, e l’etica ormai era un concetto che si poteva trovare solo in qualche modulo di filosofia antropologica. La verità era che il business aveva sposato l’esigenza, e che nell’ambito dell’implantistica organica certe cose avevano spezzato ogni tabù. L’indifferenza sembrava avere ormai preso possesso dell’anima dell’uomo, in quello che sembrava il crepuscolo di ogni civiltà.
La natura era marcita, gli animali del tutto estinti, così come quasi ogni forma di vita vegetale complessa. L’aria malsana, spezzata dalle piogge acide, butterava la terra a tutte le latitudini. Il punto di non ritorno era stato superato da un pezzo. Salvare il pianeta non sarebbe più stato possibile. Ma miliardi di esseri umani, condannati dagli errori dei loro bisnonni, proprio non volevano saperne di rassegnarsi a spegnersi per simpatia di un pianeta morente. C’era invece stata una reazione decisa, estremamente vitale, seppur non proprio etica. Non potendo più sfruttare le risorse della natura, e resi vivissimi dalla consapevolezza di vivere in un mondo moribondo, gli umani avevano deciso di cannibalizzare se stessi.
Le nazioni più potenti, come era già avvenuto moltissime altre volte, avevano aggredito i popoli più deboli, per farne una vera e propria riserva di caccia. Dai primi pascoli di esseri umani, si era passati, nell’arco di una sola generazione, a dispense di liquidi, polpe ed organi. In base alle necessità esposte dai vari Direttivi, i feti venivano coltivati in maniera ragionata. Quelli che sarebbero potuti essere bambini crescevano come appendici, più o meno partoriti da madri decerebrate, che avevano anche dieci uteri per ogni cuore. Alcuni scienziati, sostenuti dalla religione dominante, ritenevano che attraverso quella sperimentazione l’uomo avrebbe potuto indurre la selezione naturale verso la salvezza, nella ricerca di un uomo rinnovato, capace di adattarsi ad un ambiente che diveniva sempre più ostile. Ovviamente però, questa ricerca non era confortata da alcun segno di riverenza verso ideali più nobili e meno viziosi di quelli che avevano portato tutto sul franante ciglio della catastrofe. In particolare l’uomo aveva ripudiato ogni realtà virtuale per il piacere delle esperienze tangibili. Ecco quindi spiegata la ragione di quello che, eticamente, sarebbe stato chiamato abominio. Un biopubblicitario illuminato aveva convinto More…l’azienda per cui lavorava ad investire nella produzione di innesti polmonari usa e getta, per incentivare il consumo di una delle pochissime piante capace di adattarsi ai mutamenti ambientali: il tabacco. Le coppie di piccoli polmoni, strappati ai donatori inconsapevoli cresciuti come grappoli di alveoli, assursero immediatamente al rango di status symbol. Concepiti per essere compatibili con ogni pre-innesto tracheale, spopolavano nei ghetti ricchi di Calcutta e Pechino. Importanti uomini d’affari si facevano innestare anche tre o quattro coppie di polmoni usa e getta, per poter gustare contemporaneamente il gusto dei diversi tipi di aroma preferiti, mentre il mercato si sforzava di soddisfare richieste sempre più estreme, fino a quando non si pensò di aspirare i fumi degli intestini e dei midolli spinali. Con sorpresa degli scienziati della religione ufficiale, non si segnalavano praticamente casi di rigetto, ed anzi, in alcune circostanze, i polmoni usa e getta tendevano ad avere una maggiore efficacia, se irrorati con la giusta quantità di fumi miscelati. Poi la sorpresa. Alcuni donatori inconsapevoli, manipolati nel modo giusto, iniziarono a produrre polmoni capaci di tollerare l’aria malata, e addirittura di crescere in modo simbiotico con l’ospite. Un brivido inedito percorse la schiena di George Athòs, lo scienziato a capo del progetto Respiro, che aveva notato per primo le modalità di reazione dei bronchi coltivati a contatto con le essenze di fumi miscelati. George Athòs aveva subito immaginato la creazione di campi di super polmoni per la depurazione dell’atmosfera, e si accingeva a presentarsi di fronte al Vescovo della sua azienda per esporre i risultati delle sue ricerche. Il Vescovo nutriva una raffinata passione per alcune ambientazioni virtuali bucoliche, e difficilmente si scomponeva, nel rispetto del ruolo che aveva faticosamente conquistato tanti anni prima, quando si era distinto come formidabile fecondatore di schiave. Ma quella che accompagnava il discorso di Athòs avrebbe di fatto impressionato qualunque uomo del pianeta. Nato in un mondo in scadenza di contratto, aveva scoperto senza preavviso una speranza, una possibilità su cui nessuno avrebbe potuto realmente contare. Era decisamente troppo per il cuore raffermo del Vescovo, che non sapendo assumere una posizione chiara, mise in moto un meccanismo di delega che finì per sfociare in scompiglio.
Venne convocato un Concilio Aziendale segreto, a cui presero parte tutti i quadri più alti dell’Alta Curia. Tra di essi scienziati, pubblicitari, intermediari dei campi di coltivazione, responsabili del controllo del riscaldamento globale, e perfino alcuni esperti di etica, che avrebbero provato ad analizzare la questione secondo un punto di vista insolito. Quando Athòs ebbe finito di parlare, le reazioni dei presenti andarono a colmare l’intera gamma delle possibilità, dalla disperazione al situazionismo trionfale. Alle voci si sovrapponevano le voci, e in qualcuno, per la prima volta nella vita, brividi di speranza risalivano spine dorsali ormai storte e compromesse. Quello che in passato era stato un vizio infame della società, stava per dare al mondo una seconda possibilità. Il fumo avrebbe salvato l’uomo. Ma non fu così.
Il Patriarca Aziendale, un uomo che era divenuto un gigantesco ammasso di appendici strappate ai grappoli migliori, e che per buon esempio montava su tutto il corpo decine e decine di polmoni usa e getta, emise un orrendo ruggito, che riportò subito alla normalità quella che sarebbe potuta degenerare in una vera e propria, oltre che disdicevole, crisi mistica. Il Concilio tornò al silenzio, pronto ad ascoltare ed accettare. La loro presenza, del resto, era solo una formalità. Ogni decisione spettava a lui, al Patriarca.
“Empietà! Salvare il mondo non fa certo parte del lavoro per cui siete pagati! Pensate forse che una speranza aumenterebbe i nostri guadagni? O volete fornire ai vostri figli un futuro? Chi siete voi per sentirvi migliori dei vostri antenati? E perché dovremmo rinunciare ai vantaggi che la nostra attuale posizione ci permette? La vita si estinguerà, presto o tardi, e noi non ci opporremo. Ci limiteremo a portare avanti il nostro lavoro, senza sperare e senza divulgare. Se poi Dio vorrà, ci salverà tutti. Ma noi non siamo Dio. Noi siamo un’azienda”. La speranza era stata colpita a morte. Di tutti i membri del Concilio, solo Athòs ebbe la forza di alzarsi e controbattere, cercando di mostrare al Patriarca i vantaggi economici di un mondo strappato alla morte. Accadde tutto in un momento. Gli occhi gialli del Patriarca si strinsero in una fessura decisa, poi da tutti i suoi bronchi fuoriuscì una spessa coltre di fumi, che riempirono in un attimo l’intera stanza, spingendo ad un superlavoro tutte le coppie di polmoni usa e getta, che arrivarono subito all’esaurimento del loro ciclo vitale. Quando la cortina si diradò, il Concilio era del tutto finito, stroncato dai miasmi prodotti dal Patriarca. Tutto quello che era rimasto della speranza, era nella mano destra di Athòs, ormai del tutto priva di forza, che in un ultimo slancio di vita si era strappato i polmoni usa e getta, a dimostrazione della sua scelta, tardiva, di smettere di fumare.
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MoM#4