MomBoo - Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
Monografie di informazione su arte e tendenze creative nei media
#6: L’immagine in tasca

Sono solo

di Frenky Illuminati
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Sono solo, nello studio dove sto chiuso per ore davanti ad uno schermo, accendo la sigaretta e tiro, espiro, niente “boom”. Ci ho provato ma lo stesso gesto che certe volte riesce a ridurre la frattura e calmare i nervi qui dentro serve soltanto a darmi un senso di inutilità e frustrazione. Per strada regge ancora, ma quando la stanza puzza di sigaretta, allora sei sicuramente immerso nella tristezza più cupa. Prova a rollarne una, che già soltanto il gesto della preparazione soddisfa di più e almeno la cicca resta lì ad aspettarti nel posacenere se sei impegnato, è più docile e devi dedicartici con amore, non è programmata per una certa durata e non è così spietatamente calibrata per mandarti a ruota come fanno le industrie del tabacco. Qualche volta fa bene un minimo di lucidità e per rileggere e correggere può far comodo, ma con la mista nell’insalatiera, è tutta un’altra storia. Quando c’è hashish che frigge le bolle le fa la pure la mia testa, e sto minuti interminabili a sgranellare con i polpastrelli nella ciotola mentre scrivo ed esploro, aspetto il momento giusto per mettere tutto nel lenzuolo di carta e giro con soddisfazione. Lecco la colla come farei con una bella patatina depilata.
E il “boom” lo sento bene quando tiro e se insisto sento pure il “cha” e pian piano prende forma la scultura, la ritmica si costruisce, riesco a darle un senso e a inscriverne un altro con la grammatica del delta-9-tetraidrocannabinolo, universalmente conosciuta e molto versatile. La mia zanna mi aspetta, appesa alla bocca come una tigre dai denti a sciabola, e la stanza adesso è satura ma non è secco il sapore di questa cosa che mi si mangia, è umido, e lei è bella unta. La mista è ben farcita ed io la faccio su, strascico le parole e tra una sillaba e l’altra si aprono intra-mondi segreti ed è per questo che cadenzo il flow, se faccio freestyle è lei che mi ispira, basta andare avanti e se ci penso la rima muore, è lei che mi detta le parole. Chiamalo funk. Fumo un pacchetto al giorno e mi fa schifo, in bocca e al cazzo. Se c’ho la ganja un pacchetto dura tre giorni, e ogni punta di sigaretta diventa una sfumatura arancione in un campo verde che pare un quadro di Gauguin, ed io divento uno zionita del Neuromante, che si digita nel cyberspazio mentre intorno a gravità zero l’aria è carica di svampe di erba e pulsazioni costanti di dub, quel culto che serve a dare il senso della comunità. Sarà un caso che il profeta del cyber-space abbia inquadrato da subito la connessione?More… Poppo fumo dalla canna come fa un bambino allattato al seno materno. Chissà quanti significati troverebbe un freudiano a questa cosa qui, che per esempio io sono cresciuto con il latte artificiale e fino a poco fa si credeva che i neonati allattati al seno sviluppassero di più l’intelligenza. Forse quelli le sigarette non le fumano. I Fondatori di Zion galleggiano in mezzo a una giungla di piante con le foglie colorate, i desk zioniti sono dipinti di rosa tropicale, niente a che vedere col rassicurante color cappuccino smunto dei primi desktop o degli spocchiosi e familiari bianco-cesso dei prodotti tecnologici che se la tirano, o il pur sempre potente ma poco fantasioso caro vecchio argento.
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Chi sono? L’ho scritto nel rumore sopra un laptop argento. Molto meglio che soffocare nel sapore di ufficio postale che questi bastoncini di cancro mi appiccicano addosso. Certo amico, si tratta del gesto. Ma io del gesto me ne fotto che c’ho in gestazione nel cervello troppe cose e per farle esplodere devo accendermi la miccia. Condenso strati interi di significati in una parola se scrivo rime, devi fissatici sopra e cominci a raschiarli via, non devi fare niente, fanno tutto loro. Come quei quadri coi puntini colorati che se li fissi dopo un po’ esce fuori un’astronave. Figurati poi quando metto in loop e incido con gli effetti, mi sgrano mentalmente il Capitale di Marx e l’Etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber e ce li metto in croce dentro e cerco in qualche modo di rendere la cosa comunicabile. Spikes di energia elettrica provocati dalle sinapsi viaggiano al doppio della velocità e dal momento che col computer le cose si fanno più rapidamente circa il quadruplo o forse di più, allora riesco quasi a starci dietro, mi rilasso ma i neuroni specchio fanno a nascondino e mi impongono di ripetere lo stesso gesto e sto disimparando il resto, sono come il leone alienato dello zoo, gli occhi rossi come una Ferrari Enzo, e che ne so, vado pure forte come lei nonostante l’apparente bradipismo. Parlo con me stesso, col nemico che mi blasta ogni cosa e me la fa rifare meglio, in una parola elevo. E mentre la weed mi manda high sento vibrazioni spesse dal mio hi-fi e i bassi li disegno più rotondi, e se prendo fiato per rappare diventa un rito sciamanico di trance spinta. <<Un bambino lungo come un dito mi esplode dalla fronte, e scappa in mezzo a una foresta di ganja idroponica>>, come racconta lo zionita al cowboy amico, a cui poi la tipa spiega: <<È il ganja. Non fanno molta differenza tra uno stato mentale e l’altro. Più che una stronzata, è poesia.>>. Fino a crollare sul letto (ma perché cazzo non sono ancora in termoschiuma, quand’è che la fanno veramente seria come me la immagino io? un tatami bello paccuto che si modella sotto la pressione del corpo, per assecondare la schiena di un coltivatore di dati che sta ore pazientemente chino sullo schermo e come minimo a fine giornata se lo merita). Esistono molte droghe da combattimento nell’era digitale, la porra lucida la capacità di stare davanti al monitor e ti permette di restarci incollato ore, prendi proprio un vantaggio competitivo come produttore di contenuti. Fanno come i conquistadores, che imponevano una dieta esclusivamente a base di foglie di coca ai nativi schiavizzati. Prima o poi ci scoppiano le reti neurali ma avremo prodotto velocissimo fino a allora. Siamo i nativi dell’uso massiccio e massificato della tecnologia digitale e della musica elettronica, nel senso che ci siamo nati in mezzo. Prima ancora di interessarmi alla musica passavo ore ipnotizzato davanti all’Amiga500, con le cuffie, il mio primo strumento musicale è stato lo Speak&Music Texas Instruments. Roba con un’impronta fortissima, altro che trasparenza. Misura due volte, taglia una soltanto. Più ancora delle anfetamine per viaggiare attraverso le informazioni, le resine e i fiori ci rendono scrupolosi nella nostra azione sul senso e i contenuti che muoviamo, e molto più resistenti. La legge è la parola di Jah e non la legge di Babilonia, quando ci digitiamo negli ammassi di dati che abbiamo prodotto, anche se non sono ancora disposti a forma di piramide azteca, anche se ancora abbiamo interfacce autoritarie e rudimentali. E’ questa la prima roba che ho imparato in assoluto.
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MoM#4


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